Gli uomini che più di ogni altro hanno illuminato le mie ricerche etnobotaniche si chiamano Edward Osborne Wilson (1929-…), fondatore della moderna sociobiologia, strenuo difensore della biodiversità, e Luther Burbank (1849-1926) botanico ed ibridatore senza pari oltre che educatore e saggista.

Questo articolo nasce per creare un ponte tra Biofilia, Etnobotanica, Geoanarchia ed attualità, omaggiando i miei numerosissimi maestri.

Vuole essere un appello per favorire “L’EMPATIA TRA ESSERI UMANI, CHE NEL SENTIRE COMUNE, SONO GLI ATTORI PROTAGONISTI DELL’ECOLOGIA”, estratto dai testi di Giuseppe Barbiero, Matteo Meschiari, Stefano Mancuso e influenzati da molti altri..

Foto di @Gemmo Francesco

Anni di ricerca, di scoperte, di trattati (divenuti in larga parte veri e propri ‘cult’) e di insegnamento come cattedratico ad Harvard hanno meritato a Edward Osborne Wilson l’appellativo di ‘erede naturale di Darwin’.

Il padre, tra le tante discipline che lo hanno coinvolto, della Sociobiologia e della Biogeografia insulare, ha ricevuto due premi Pulitzer per la scienza, svariate candidature al Nobel e la consacrazione nell’empireo dei più illustri pensatori scientifici del pianeta.

Ritenendo la perdita  di biodiversità una vera emergenza globale alla pari dei mutamenti climatici, e ricordando che i dati parlano di 20-30 specie estinte all’anno, Wilson sostiene da tempo la necessità di costituire uno specifico comitato internazionale di esperti che si occupi del problema,  un ‘barometro della vita’, su modello dell’IPCC.

“Solo unendo scienza e spiritualità l’umanità può salvarsi dalla catastrofe verso cui si avvia con inaudita incoscienza”

«La biodiversità definisce la qualità del resto della creazione e contribuisce sul benessere dell’uomo: dal punto di vista psicologico e spirituale, ma anche economico, medico, sotto il profilo della sicurezza (si pensi alle catastrofi).

Negli ultimi anni abbiamo iniziato grandi battaglie che riguardano l’ambiente inteso in senso fisico. Per esempio, quella sulle energie rinnovabili e sui rifiuti.

Lasciate che vi enunci la legge di Wilson: “se salviamo gli esseri viventi, cioè tuteliamo la biodiversità, salviamo automaticamente anche l’ambiente “fisico”, ma se ci preoccupiamo solo di questo, alla fine lo perderemo, insieme a tutto il resto».

Ma non basta. «È essenziale – sottolinea Wilson – che l’insegnamento delle scienze sia potenziato fino dalle elementari e condotto in modo del tutto diverso rispetto a quanto accade oggi, dando più spazio alle esperienze sul campo, portando i bambini a vedere, toccare, osservare, raccogliere.

Questa è la via per creare consapevolezza e porre le basi perché tutti diventino cittadini naturalisti».


Il documentario autoprodotto “Botanica per tutti” è il mio “ABC Etnobotanico”

 

La relazione con la Natura tra genetica e psicologia: l’ipotesi della Biofilia

Il termine “biofilia” fu usato per la prima volta da Erich Fromm, psicoanalista tedesco, per descrivere la tendenza ad “essere attratti da tutto ciò che è vivo e vitale” (Fromm, 1964).

Vent’anni dopo, in maniera indipendente, il biologo americano Edward O. Wilson utilizzò il termine “biofilia” per indicare un esperienza empirica di profonda comunione con la Natura (Wilson, 1984).

E’ interessante notare come sin dall’inizio, la biofilia si sia collocata nello spazio di sovrapposizione tra psicologia e biologia.

La biofilia, che letteralmente significa “passione per la vita”, in senso lato “amore per la vita”, sembra essere geneticamente determinabile, ma elusiva per via del suo “carattere” evoluzionisticamente adattivo.

In altre parole, la biofilia sarebbe inscritta nei nostri geni, i quali si sono evoluti relazionandosi all’habitat naturale durante le centinaia di migliaia di anni che la nostra specie ha trascorso nelle savane africane pima di colonizzare i cinque continenti.

La storia della relazione tra l’Uomo e “ciò che è vivo” si è sviluppata nell’arco dei millenni, partendo da una situazione iniziale di “immersione nella Natura” ed arrivando a quella odierna di “distacco ed ignoranza”.

I “saperi etnobotanici”, interrogando la Natura sin dall’alba dei tempi, sono ancora oggi gli stessi che hanno permesso agli uomini di evolvere nelle Scienze Mediche e della Vita.

Sono considerati “un patrimonio culturale da conservare come risorsa per uno sviluppo sostenibile”.

Sopravvivono nelle esperienze e nelle osservazioni sul campo. Li ritroviamo nelle tradizioni, nei dialetti, ed appunto, nei nostri geni.

 Foto di @Renato Qushku

Relazionarsi alla Natura con profondo rispetto, considerando pericoli e le virtù e scambiandosi conoscenze al netto di istinto e ragionevolezza, è stata la chiave evolutiva dell’Uomo primitivo.

Ed oggi abbiamo innumerevoli prove che per la sopravvivenza di quelle comunità, nulla è stato più importante della capacità di interpretare correttamente l’ambiente naturale circostante, piante e animali in primo luogo.”

Provare un forte sentimento di comunione con la Natura non è un privilegio degli scienziati, ma anzi è spesso fonte di ispirazione per la poesia, la musica e l’arte in generale.

Secondo Wilson i poeti, e più in generale gli artisti, potrebbero aver ereditato il potere di visione sciamanica, mentre gli scienziati sarebbero l’evoluzione degli esploratori e dei cacciatori delle prime comunità umane.

E’ possibile infatti immaginare che le comunità del Paleolitico più efficienti fossero quelle dove l’ispirazione degli sciamani guidava l’esplorazione e la caccia.

Foto di @Gemmo Francesco

Una Transizione Ecologica “geo-anarchica” per riscoprire le somiglianze tra Uomo e Natura

La Terra sta diventando l’argomento principale dei discorsi umani. Dall’ultimo posto della scala delle preoccupazioni è saltata al primo, perchè “il tornado ecologico” che abbiamo innescato, ci obbligherà a rivedere le priorità politiche e sociali del pianeta.

C’è bisogno di chiarezza, di solidità intellettuale, ma soprattutto c’è bisogno di immaginazione.

La crisi ambientale che stiamo per conoscere è soprattutto una crisi delle immagini, è l’effetto in superficie del non saperci immaginare nel vuoto che stiamo preparando e del non saper immaginare la ricchezza degli ecosistemi che annientiamo.

Immaginare è un processo selvatico, è il retaggio più attivo del nostro genoma selvaggio, è la preistoria attuale che portiamo nella mente e nel corpo, e che ci rende umani più di ogni cosa mia inventata.

Cosa c’è di più concreto di un’utopia in grado di trasformare la percezione della realtà, di reinventare il presente?

La nostra idea è semplice: pensare e praticare paesaggi, per fare resistenza ecologica.

Pensate ai conflitti tra il cittadino e lo Stato. La lotta contro un certo tipo di società di diseguali, è il pilastro di quella stessa società.

E la voce che non ci sta, è proprio ciò che serve a chi chiamiamo enfaticamente “nemico”. E’ prevista dal sistema, è un dentro nel dentro.

Quello che si deve fare è stare fuori.

Luther Burbank credeva nel “Training of the Human Plant”

Luther Burbank, riteneva che per instaurare un equilibrato e veritiero rapporto tra l’Uomo e la Natura, fosse necessario elaborare nuovi metodi educativi sin dall’infanzia.

Il “mago della botanica” immaginava percorsi formativi in grado di sviluppare appieno le potenzialità individuali di ciascuno in accordo con l’ambiente e le sue leggi.

Creare una nuova varietà vegetale significa studiare e selezionare tra migliaia, quell’unica che possieda quel carattere, che in qualche modo migliori la varietà esistente nei riguardi della sua capacità di produrre, della sua qualità o della sua resistenza alle avversità.

Bisogna quindi seguire la pianta per le generazioni successive, magari migliorandone altre caratteristiche attraverso degli incroci con altre varietà, controllando che le modifiche rimangano invariate per anni.

Per questo, la capacità di creare 800 nuove varietà in cinquant’anni di carriera ha qualcosa di miracoloso, specialmente se si aggiunge che Luther Burbank era un autodidatta senza conoscenze specifiche di agronomia o biologia, e con i mezzi disponibili a cavallo tra XIX e XX secolo.

La sua fama crebbe costantemente e la sua attività fu paragonata a quella di Henri Ford e Thomas Edison, due inventori che, come Burbank, hanno rivoluzionato il mondo moderno.

“Dopo tanti anni di studio approfondito del mondo delle piante, mi sono reso conto della straordinaria somiglianza tra l’organizzazione e lo sviluppo del regno vegetale e quello delle società umane”.

 

Foto di @Carlo Madoglio

 

“Se speriamo in un miglioramento della specie umana dobbiamo iniziare con il bambino, poichè il bambino risponde più prontamente all’ambiente di qualsiasi altra creatura esistente.

Il cambiamento potrebbe avvenire già nella prima generazione oppure non potrebbe mostrarsi affatto per molte generazioni.

Quando il test sarà portato a termine con successo, avremo contribuito alla sopravvivenza del più bello, il più prezioso o il più adatto, in qualunque modo si desideri chiamarlo”.

Sembra un discorso paurosamente vicino alle assurdità ed alle conseguenti atrocità dell’eugenetica che in quegli anni veniva accettata come verità scientifica, ma la ricerca di Burbank, e ben altro.

Per il botanico, “la mescolanza delle razze” è cosa buona. Grazie al suo lavoro di orticoltore sa che gli incroci tra individui distanti sono quelli potenzialmente in grado di generare le novità più interessanti.

Il suo lavoro sul “miglioramento dell’uomo” ha perciò tutt’altra direzione.

Burbank insiste sull’ambiente come forza in grado di mutare le condizioni dell’uomo: “Una grande forza è necessaria per cambiare l’aspetto dei metalli. Molto calore o elettricità devono essere usate contro di loro.

Una forza meno potente è tuttavia sufficiente per un completo cambiamento nella vita delle piante.

Una quantità minima di calore, il sole, l’atmosfera, la siccità, influenzeranno direttamente la crescita delle piante e la produzione di frutta e fiori.

E quando arriviamo alla vita animale scopriamo che la forza o l’influenza necessaria per effettuare una trasformazione è ancora più leggera”.

Ecco perchè l’ambiente gioca una parte così importante nello sviluppo dell’uomo.

Ed ecco perchè il progetto Prospettive Vegetali, vuole dare l’esempio sottraendosi al devastante conflitto intellettuale, politico o ideologico che fa da contorno a queste ricerche.

Se siete stufi delle chiacchiere, vi consiglio di cominciare a seguire questi canali.

Iniziamo sostituendo un parcheggio con un orto il 7 Maggio nel cuore di Varese.

E poi? Be se credete che le nostre ricerche etnobotaniche e le nostre iniziative possano fermarsi, vi sbagliate di grosso.

Resta sempre aggiornato sulle “metamorfosi divulgative” di Prospettive Vegetali grazie a instagramFacebookYoutube 

FONTI:

  • Biodiversità: Edward Wilson, scienza e religione unite per il futuro della Terra
  • “Introduzione alla Biofilia – La relazione con a Natura tra genetica e psicologia” – Giuseppe Barbiero e Rita Berto
  • “Etnobotanica – Conservazione di un patrimonio culturale come risorsa per uno sviluppo sostenibile” – Giulia Caneva, Andrea Pieroni e Paolo Maria Guarrera
  • “Crescere come cresce una pianta” – Luther Burbank e Stefano Mancuso
  • “Geoanarchia – Appunti di resistenza ecologica” – Matteo Meschiari